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Verso il vero approccio cognitivo-zooantropologico?

Bimbo o Paesaggio?Ci siamo ormai lasciati alle spalle l'addestramento classico e riteniamo superati i metodi gentili, è forse giunto il momento di mettere in discussione l'approccio zooantropologico? In questo dibattito si stanno delineando due fazioni – una che sostiene un approccio più “naturalista” della relazione con l'ambiente e con il cane e l'altra che ritiene importante l'educazione in senso olistico e che prende in considerazione anche diverse attività.

Cerchiamo di capire se siamo davanti a una spaccatura tra due modi di fare cinofilia o se invece non si tratti di vedere le cose da due prospettive diverse, attraverso il filtro che si è deciso di applicare alla complessità delle attività degli esseri viventi.

Chi applica il “filtro ambiente naturale” pensa che il cane debba tornare alla natura e ci dice che dobbiamo ascoltarlo e rispettarlo facendo meno cose, che partecipare alle classi di socializzazione è un'immersione in una socialità innaturale, mentre i cani hanno bisogno di gruppi sociali stabili, che l'educazione è un'esigenza antropocentrica e che i cani si sono coevoluti con l'uomo semplicemente condividendo lo spazio e il cibo e che quindi è questo che dobbiamo fare con loro. (...)

Alcune considerazioni in merito a quest'ultima affermazione la rivelano molto discutibile:

  • la filogenesi del cane – i primi cani non erano altro che lupi che avevano deciso di abbandonare il loro ambiente naturale e che alla caccia preferivano vivere ai margini dei villaggi umani dove trovavano cibo e non venivano scacciati in cambio del fatto che tenevano pulito e facevano la guardia. Il sodalizio probabilmente più avanti si è rafforzato con l'utilizzo dei cani come compagni affiatati nella caccia rendendola così più produttiva. E poi l'uomo ha deciso di intervenire direttamente nella filogenesi selezionando alcune caratteristiche per ottenere razze diverse in modo da enfatizzare specifiche attitudini a proprio vantaggio
  • l'ontogenesi – le caratteristiche di ogni individuo sono il risultato dell'espressione del suo genoma + interazione con l'ambiente in cui vive + le esperienze che fa durante il suo sviluppo. Quindi l'ambiente in cui decidiamo di far vivere il nostro cane e le esperienze che gli offriamo di fare contribuiscono a modellare la sua personalità che lo caratterizzerà come individuo, aldilà delle caratteristiche di razza
    • Macchia e le margheriteambiente – facciamo due esempi estremi. Un cane che da cucciolo vive in aperta campagna, a stretto contatto con la natura e che non conosce altro che animali, prati e boschi se un giorno dovesse andare a vivere in città sarebbe molto probabilmente disadattato a questo ambiente e mostrerebbe paura alla vista di automobili, motorini, autobus, ambienti affollati, ...Un cane che da cucciolo vive in città probabilmente sarà un adulto abituato al rumore del traffico, ai marciapiedi affollati,... ma se dovesse trasferirsi in campagna probabilmente non saprebbe come comportarsi con le mucche, i cavalli, il trattore,...
    • esperienze – più un cucciolo avrà la possibilità di fare esperienze diverse più da adulto sarà capace di cavarsela in ambienti e situazioni diversi, sia perché il suo bagaglio di conoscenze si è notevolmente arricchito sia perché ha sviluppato competenze che gli permettono di adattarsi rapidamente a situazioni nuove
  • l'ambiente e le attitudini degli umani con i quali i cani convivono oggi – nei primi villaggi umani si spendeva la maggior parte del tempo nel procurarsi il cibo offerto dall'ambiente naturale, oggi le persone vanno in palestra per smaltire gli eccessi dell'alimentazione e vivono nel caos delle città moderne. Durante questo passaggio il cane è sempre rimasto a fianco dell'uomo condividendo cibo, spazio e attività.

Perché pensiamo che questa co-evoluzione debba fermarsi per il cane e proseguire soltanto per l'uomo? Questa è forse la contraddizione più grande cui va incontro chi osserva con il “filtro ambiente naturale”.

Chi applica il “filtro dell'educazione olistica” rischia a volte di cadere nell'antroporfismo e di rapportarsi al cane come fosse un bambino e di fare per lui scelte non adeguate alle sue caratteristiche, a volte con qualche eccesso – ad esempio i cani da borsetta. Si finisce con il decidere sempre noi e si sceglie di fare una serie di attività che non sempre sono gradite al cane. E' quello che spesso accade anche con i bambini: nuoto, tennis, pianoforte, danza e tanto altro magari soltanto perché queste attività gratificano il genitore.

Quello che può essere sbagliato in questo, però, non è tanto il fatto di praticare tante attività, ma il motivo per cui si decide di praticarle, quali si scelgono, il modo in cui si fanno e il rispetto della volontà del soggetto praticante, sia esso cane o bambino.

Fitness a 6 zampe: macchia e la pallinaQualcuno afferma che il training sia antropocentrico perché la prestazione è un'esigenza prettamente umana e perché siamo noi a scegliere l'attività che più ci gratifica, ma scegliere di non fare training non è altrettanto antropocentrico? È sempre una scelta che facciamo noi per loro. Penso a cani fortemente inclini alla collaborazione con l'uomo – per caratteristiche di razza o individuali - che si divertono nel training e nelle attività sportive. Di certo per l'umano non è facile mettere da parte le proprie attitudini per ascoltare e sviluppare quelle del cane, ma questo non è un motivo valido per demonizzare il training e l'attività sportiva a priori.

Il dibattito poi si accende su quale dei due sia il vero modo di fare zooantropologia, a me sembra piuttosto che ci sia un intento comune – riconoscere e soddisfare i bisogni del cane per poter costruire una relazione solida - affrontato da due prospettive diverse, applicando un filtro che rende tutto coerente secondo la propria visione.

Il rispetto totale del cane è qualcosa di ben diverso da un mero ritorno alla condivisione di spazi e cibo intesa come riavvicinamento ad un ambiente naturale e a una quasi totale assenza di attività, questo infatti non ci garantisce di aver interpretato le aspettative del nostro cane e sicuramente non rispetta le caratteristiche filogenetiche di alcuni cani. Inoltre non possiamo ritenere valido sempre e per tutti i cani lo stesso assunto.

Per essere davvero coerenti, la scelta delle attività da fare o non fare con il cane dovrebbe passare per un pieno rispetto dell'individuo e questo presuppone di conoscerlo e comprenderlo a fondo, ma pone anche difficoltà di ordine pratico. Ammettiamo di essere certi che il nostro cane, con una motivazione predatoria molto sviluppata, si senta appagato dall'uccisione di prede quali gatti o conigli...lo lasceremmo andare in giro ad uccidere gatti? Vorremmo condividere con lui questa attività?

Sono sicuramente d'accordo sulla necessità di metterci in ascolto e imparare ad osservare perché soltanto così potremo comprendere meglio le necessità del nostro cane, ma in base a quanto ci sembrerà di aver capito saremo sempre noi a dover fare delle scelte.

Possiamo sforzarci di lasciare che sia il cane a scegliere dove possibile – ad esempio l'itinerario della passeggiata. Le prime volte che ho lasciato libertà alla mia cagnolina di scegliere l'itinerario della passeggiata sono rimasta stupita soprattutto dal fatto che nonostante ci sia un bellissimo parco vicino casa lei spesso decida di fare passeggiate cittadine, talvolta su itinerari lunghi altre su percorsi più brevi e sembra sempre che abbia chiarissima l'intenzione di fare un certo tipo di tragitto, così come quando decide di andare al parco sceglie ogni volta un luogo preciso con determinazione. A volte non ha voglia di passeggiare e preferisce rimanere sdraiata al sole sotto casa.

Ma potremo lasciargli la libertà di uccidere il gatto del vicino?

L'altra domanda che mi pongo è: come potrebbe il cane scegliere di fare una cosa che non conosce? Ammettendo che la comunicazione sia comprensibile come potrebbe scegliere di fare una gita al lago se conosce solo prati e boschi?

Se non avessi mai proposto il clicker al mio cane ora non saprei che lo adora e che si diverte un sacco...anche se alcuni la ritengono un'attività tutt'altro che cognitiva. Se non offro una serie di opportunità e di esperienze al mio cane come faccio a capire cosa gli piace veramente?

Teresa e i tuffi in mareCome posso essere sicuro che NON-fare certe attività è quello che vuole anche il mio cane?

C'e' poi da considerare un altro punto, in città i cani sono “costretti” a vivere in un contesto più complicato e proprio per questo un training ben condotto aiuta a superare qualche difficoltà di adattamento e l'educazione diventa un obbligo per una civile convivenza... ma questo vale anche per noi, che infatti fin da bambini veniamo sottoposti a un lungo iter formativo dalla famiglia e dalla scuola.

Attenzione pero' che parlare di educazione cinofila soltanto in termini di prestazione – dal seduto, al resta, alla performance sportiva – è riduttivo e ci farebbe fare un salto nel passato dell'addestramento fine a se stesso. Qual è il vero ruolo di un educatore che lavora secondo l'approccio cognitivo relazionale? “Educĕre” sviluppare la mente del cane per realizzare in pieno tutte le sue potenzialità.

I cani di città hanno bisogno delle competenze che li renda adatti alla nostra vita moderna così come i primi proto-cani hanno avuto bisogno di competenze diverse da quelle dei lupi per condividere la vita con l'uomo.

Possiamo individuare alcuni punti fondamentali che mettono in risalto il fatto che più che di una spaccatura tra due fazioni si tratta di una diversa prospettiva da cui guardiamo nella stessa direzione:

  • ascoltare e osservare l'altro senza pregiudizi e senza filtri
  • riuscire a “interpretare” le sue richieste nella maniera più vicina possibile alle sue intenzioni e soddisfare i suoi bisogni
  • conoscere e praticare attività di vario tipo allo scopo di proporre a quell'individuo le più adatte a sviluppare il suo pieno potenziale
  • porre la massima cura alle modalità con cui praticare le attività scelte affiché ci sia autonomia e non costrizione
  • offrire una mediazione con l'ambiente in cui vive che lo aiuti ad integrarsi al meglio

Mettersi in ascolto non può essere un'attività fine a sé stessa deve essere piuttosto un punto di partenza. Questo significa che l'educatore ad approccio cognitivo-relazionale deve essere in grado di insegnare alle persone a lasciare da parte ogni giudizio e ogni presupposizione di superiorità per accogliere le proposte che arrivano dal nostro cane. Questo, però, significa anche conoscere la comunicazione in entrambe le direzioni e darsi da fare per offrire un ambiente vario ed esperienze utili a formare competenze, ma anche semplicemente a divertirsi insieme, dalle passeggiate in montagna alle classi di socializzazione.

Un buon educatore deve essere in grado di valutare cane per cane e suggerire alle persone la scelta delle attività appropriate con la stessa cura – o anche di più - che mettono per la scelta delle attività dei loro familiari umani.

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